La Previdenza non è una tassa ma un modo di risparmiare (sul salario che si conquista)

La previdenza non è una tassa ma un modo di risparmiare. Da giovani, quando si ha la salute per lavorare, non si può spendere tutto quello che si guadagna, ma se ne mette da parte una fetta per la vecchiaia, cioè il contributo previdenziale. Conviene essere formiche, non cicale il tuo assegno sarà calcolato in base ai contribuiti versati e all'età di pensionamento, solo così il sistema è equo e stabile. Perché si deve andare in pensione con i propri risparmi”.

Questo è il testo di uno spot pubblicitario del Ministro del lavoro e dell’INPS[1] per spiegare la pensione ai giovani, molto carino per le immagini che utilizza. È problematico, però, come messaggio politico e sociale per quanto dichiara e per quanto sottintende nella sua, apparente, banalità volutamente accentuata dall'”errore” di accomunare alla parola tassa, la parola previdenza e non il contributo previdenziale come poi si precisa.

La “decifratura” dello spot, cioè, è problematica da diversi angoli visuali già per la concomitanza di fatti e “messaggi” paralleli, a partire dalla vittoria di Obama che ha visto legittimata sul piano costituzionale la riforma sanitaria di stretta misura, grazie al Presidente della Corte che, con felice sintesi, ha motivato il suo voto favorevole ritenendo che l'”individual mandate” sia equiparabile ad una tassa[2].

Del resto, fin dalla nascita delle grandi riforme sociali è stato vivo il dibattito scientifico e politico sulla natura del contributo previdenziale: salario differito, previdenza obbligatoria, vera e propria imposizione fiscale. Un dibattito non banale che tocca le fondamenta del sistema di sicurezza sociale poiché ritenere il contributo una forma di salario differito, posto a base del calcolo della pensione pur in un quadro di solidarietà di “produttori”, comporta una garanzia sul rispetto dei patti iniziali che dovrebbe essere assoluta, quasi costituzionalmente fissata come il pareggio di bilancio.

Sganciato da questo sicuro ancoraggio, il sistema è esposto al fluttuare delle politiche e delle crisi finanziarie; ma non perché è una tassa, non perché è obbligatorio, ma perché si superano i criteri di corrispettività – per motivi di cui non discutiamo la validità – accentuando la deriva assistenzialistica dell’intero sistema previdenziale.

A questa perplessità di ordine scientifico e terminologico, si aggiunge che, lo spot lascia perplessi sul piano sociologico e statistico: con un po’ di colore, infatti, se c’è una cosa che finora non è stato necessario insegnare agli italiani è stato il risparmio. Siamo da sempre un Paese di santi, navigatori e risparmiatori[3]; formiche più o meno ricche, impegnate comunque a mettere qualche cosa a pizzo per la vecchiaia. Mia nonna, ultraottantenne negli anni settanta metteva da parte per “la vecchiaia”, sinonimo del momento X dal quale uno non ce la fa più a sostenere l’urto della crescita dei bisogni a fronte della decrescita delle entrate correnti e dell’autonomia individuale. Mia madre non era da meno nel sequestrare lo stipendio del marito (all'epoca davano proprio i soldi in mano) e accantonarne un pezzetto per sentirsi un po’ più sicuri ed agiati, per una università lunga e difficile dei figli, chissà per una casa ecc. Un risparmio a monte, fatto prima di consumare e non con gli avanzi del consumo. Tutto questo sta scolorendosi non è per minor propensione al risparmio ma per difficoltà economiche, da un lato, segnali di disfavore per comportamenti che riducano i consumi, e non di beni durevoli, dall'altro. A seguire la TV si alternano segnali contraddittori di stimolo ai consumi, riflessiva attenzione al futuro.

Sconcerta ancor più la mancanza di “affetto”, di attenzione per i destinatari del messaggio che è politico, e non pubblicitario: per i giovani impegnati in una durissima battaglia con gli statali per il primato nella latente considerazione negativa del comune sentire politico e sociale. Lo spot nella franchezza del messaggio non lascia intravedere la prospettiva di una concreta possibilità di riprendere la “via del risparmio” dei padri in una mutata situazione sociale. Non fa sperare ma ricorda bruscamente a una popolazione di disoccupati e di “poveri” (quasi tutti, visti i redditi dichiarati al fisco) che consumare tutto ciò che si guadagna è un errore poiché occorre pensare all'avvenire, con previdente solitudine, certi che il sistema restituirà quanto versato: un rigoroso equilibrio nel rapporto fra versato e pensione grazie ad un sistema pubblicistico tenuto a rispettare tutti i meccanismi assicurativi magari in termini più rozzi di “tagli lineari”.

Questa via, del resto è già stata tracciata dal ritorno[4] anticipato per tutti al contributivo con le sue problematiche assicurative e attuariali e con una crescente, pur se inconsapevole, spinta verso una scelta che aleggia e che lo spot oggettivamente prefigura: la trasformazione - se falliscono le mosse pubblicitarie - dell’attuale previdenza integrativa/complementare da facoltativa in obbligatoria, con dei minimi e massimi e garanzie analoghe a quelle per l’assicurazione RCA. Non solo, ma lo spot con pochi tratti di penna preconizza un futuro fosco, di indigente vecchiaia, da scongiurare accrescendo il “pezzo” di retribuzione da mettere da parte con il ricorso a forme di previdenza facoltative individuali, il “terzo pilastro”.

Si tratta di un castello complesso, insomma, per mantenere in vita due sistemi obbligatori e un sistema facoltativo con uno scopo ben trasparente quando si parla di insostenibilità dell’attuale Stato sociale lo scopo di tutta l’operazione: evitare il più possibile che lo Stato debba intervenire con sostegni economici, forme varie di assistenza sociale a fronte della persistente indigenza di larga parte della popolazione anziana ma non solo. L’insostenibilità, infatti, è riferita non solo al sistema pensionistico ma anche a quello sanitario ed ancor più a quello assistenziale tanto da valorizzare con la riforma dell'ISEE la potenzialità economica del soggetto e della sua famiglia vista come prioritario e principale strumento di tutela delle condizioni di debolezza e disagio[5]. Si tagliano gli eccessi, si eliminano gli sprechi e gli imbrogli ma soprattutto si tenta – e doverosamente in una certa ottica – di spostare risorse verso le forme di tutela che sono più funzionali alla flessibilità del mercato del lavoro: non a caso la battaglia per la flessibilità, sull'articolo 18, è stata condotta in nome della flexisecurity vista e voluta come strumento per rendere strutturale la mobilità delle risorse professionali senza costi – o senza eccessivi – costi sociali e personali[6].

Per restare al tema, comunque, occorre ancora una volta chiedersi il perché di tutti questi incastri pubblico-privato, quando anche quello obbligatorio - pubblicistico deve adeguarsi a logiche e meccanismi di mercato come confermano le vicende dell’assicurazione RCA di cui si critica sprechi e costi ma non si mette in dubbio che il sistema debba stare in pareggio.

Resta, quindi, sullo sfondo il dubbio che l’obiettivo sia proprio, concreto, lo “Stato che deve ritrarsi dal mercato”; uno slogan che negli anni è stato accolto con convinta adesione verbale ma comincia ora a fare prove generali anche in sanità, dove è conveniente, per certe prestazioni marginali, farle “privatamente” piuttosto che pagare il ticket.

Il richiamo alla sanità consente di toccare un altro punto per me dolente dello spot, espressione raffinata del nostro tipico modo di ragionare per verticali, fuori da schemi e visioni di assieme. A ben guardarlo, infatti, lo spot con pochi tratti di matita concentra l’attenzione su due polarità con il riferimento esclusivo alla condizione di giovane e a quella di vecchio; a quella di risparmiatori e non a quella di consumatori. Quasi che occorra attendere altri spot: uno per ogni raccomandazione a fare ai malati che si ammalano, ai genitori che devono mandare a scuole vincenti i figli ecc. Tanti spot per cogliere alla fine l’attualità ed universalità della sintesi di mia nonna che collegava il risparmio al bisogno piuttosto che all'età. Bisogno non in senso negativo, miserabile se mi si consente il termine, ma in previsione di avere soldi da parte per quando serve a 30,40,50 anni ecc.; per le criticità fisiche ma anche per crescita familiare o sociale.

Mettere da parte, ovviamente, nel modo in cui nelle varie epoche è stato ed è conveniente e possibile rispetto ai “rischi” che il mondo che ci circonda arricchisce continuamente non fosse altro per la consapevolezza degli stessi. Rischio: un termine a lungo rimasto nascosto nelle pieghe di un “sogno sociale” nel senso che non esistono i rischi ma solo i bisogni, che vengono dopo, al verificarsi di un evento negativo non in sé (mio figlio si sposa, mio figlio vuole andare a studiare alla Bocconi, ecc.) ma per la carenza di risorse per farvi fronte.

Per questo la soluzione è offerta dal mercato con l’assicurazione alla quale tutti possono – devono (ed è la battaglia negli USA) - rivolgersi per curarsi meglio ed al minimo costo per la collettività. Ma anche, con l’assicurazione per poter ricostruire la casa terremotata – proposte in tal senso già circolano - ad un costo che non si ritiene equo debba essere tutto a carico della comunità[7].

Con l’assicurazione, per strade sempre nuove – mi sembra che in Giappone lo Stato ha chiesto a dei suoi turisti sequestrati il rimborso delle spese sostenute per riportali in patria - in un confronto serrato che superi lo scontro su questa o quella manovra, per costringerci a riflettere su una considerazione che comincia a emergere nel dibattito sociale. L’idea, cioè, non sia equo un sistema fiscale abnorme per sostenere il costo di un principio così sintetizzabile: la libertà individuale è sacra, le scelte sono degli individui, anche di distruggersi con droghe, alcool e cibo ovvero di costruire una casa sul letto di un torrente; i bisogni che ne derivano sono della collettività proprio a scapito di quelle parti del tessuto sociale che più hanno bisogno e meno hanno possibilità di farvi fronte con proprie forze.

Su questo fronte – sull'equilibrio fra pubblico e privato e sull'equità di ciascuno dei due sistemi - occorre confrontarci e discutere anche per superare duplicazioni, quadruplicazioni di interventi e iniziative. E’ un tema concreto e attuale per chi vive il sistema previdenziale (e non solo) dove per anni il dogma è stato di offrire all'utente tutti i possibili canali di colloquio: lo sportello, lo sportello modulare, la posta cartacea, la posta elettronica, il fax, il pagamento in banca alla posta dal tabaccaio, la rete internet; l’assistenza del call center, dello sportellista, del consulente e del patronato, dell’esperto sul giornale e in rete ecc.; con uno dispendio di risorse insostenibile.

Con il precipitare della crisi, strutturale e non contingente, da poco si è consentito all'INPS di completare il sistema di colloquio e gestione pratiche telematico che si basa sulle tecnologie ma anche, come vedremo, sull'apporto del privato “intermedio” valorizzato, a mio parere, proprio dal fatto che il “pubblico INPS” fa contemporaneamente un passo indietro nella gestione ai propri sportelli.

In questo quadro sarebbe forse possibile evitare le solite “bufere” - non se ne è mai vista evidentemente una vera – ed il clamore mediatico per le affermazioni del Ministro Fornero che, ancora una volta, mi sembra capace di scoprire che il “re è nudo”. E’ vero, l’Italia è Repubblica fondata sul lavoro senza il quale la persona sembra perdere dignità oltre che reddito e per il quale ogni anno oltre un milione di persone si fanno male.

E’ vero pure che il lavoro è un diritto secondo la Costituzione che orienta la lettura di tutte le norme ordinarie e che si confronta con un dovere dello Stato di creare le condizioni perché esso sia disponibile per tutti e possa, quindi, essere rivendicato come qualsiasi diritto. Questo meccanismo, nel tempo, ha trasformato il dovere in una sorta di obbligazione – mi si consenta l’utilizzo tecnico – dello Stato di garantirlo comunque, anche non “economico” in aziende agricole famose, mantenendo in vita aziende decotte, creando lavori socialmente utili, assumendo a livello locale molti lavoratori più del necessario, drogando territori con improbabili incentivi industriali ecc.

Non è un giudizio negativo: si è fatto ciò che si doveva e poteva fare in un certo momento e sulla base di un’ipotesi ricostruttiva del sistema economico e sociale, della salvaguardia di un clima di convivenza civile di cui tutti abbiamo beneficiato per un certo periodo; della sottovalutazione da ultimo – non solo nostra – dei riflessi della globalizzazione e del primato della finanza ecc.

C’è subito da aggiungere, però, che se tutto il sistema risente dei contraccolpi della concorrenza planetaria e bisogna ricreare occupazione buona e cioè produttiva, se i meccanismi dell’Euro e della UE non consentono di tornare all'inflazione a due cifre; se nei fatti il diritto al lavoro non si confronta con nessuna obbligazione pubblica esigibile salvo la difesa per chi il lavoro lo ha già e l’azienda deve garantirglielo:

- il diritto in questi termini può essere azionato solo sul mercato che deve essere equo, aperto, impegnato e disponibile a creare opportunità di lavoro;
- lo Stato deve creare condizioni per il migliore sviluppo delle opportunità, in termini di: qualità del sistema di collocamento e intermediazione, che non è ai massimi; di flexisecurity che muove primi passi subito stroncati dalla necessità di tutelare chi il lavoro già lo ha ovvero lo ha dismesso perché “esodato”; rendere semplice – e possibile con i finanziamenti - fare mercato fare impresa.

Occorre un’azione combinata, insomma, per costruire le condizioni affinché la gente, i giovani possano conquistarsi il lavoro che solo attiva il circuito virtuoso che porta alla soddisfazione dei bisogni elementari, al crearsi una famiglia, al mettere a pizzo qualche cosa per i sogni futuri, sui figli magari, per i fronteggiare rischi immanenti. Tutto questo magari con il classico strumento dell’assicurazione per la vecchiaia: anche sotto forma di contributi previdenziali obbligatori o di premi obbligatori ai quali occorre riconoscere, però, la somiglianza con un’imposta.

Di questo, di questa visione complessiva che scaturisce dalle intenzioni del Governo si discuta e non di dettagli, punti specifici, con confronti e scontri. Si discuta, partendo da documenti, come a suo tempo il Libro Verde del Ministro Sacconi, che riflettano su scelte generali, su modelli economici e sociali da condividere. Ritorno sul Libro Verde perché è il luogo dove con maggiore efficacia e sintetica autorevolezza, all'epoca, si rievocava la funzione del singolo artefice da solo con il lavoro delle sue fortune, immerso in quel welfare familiare, in un circuito poi di welfare comunitario e solidale, fatto anche di carità, con sullo sfondo – ma solo lì – il “pubblico” che interviene nei limiti della sostenibilità economica nelle situazione di reale ed effettivo bisogno.

Ci si può e ci si deve battere su questi temi, sui valori che le parole esprimono, sul modello di Stato che vogliamo, pronti però, ciascuno per la sua parte a declinare per intero il modello per verificare la fattibilità dello spicchio di cielo che riusciamo a vedere.

Non ci si dovrebbe azzuffare, invece, sul singolo episodio, sulla parola di un ministro, sulla declinazione logica dei principi inseriti in un certo modello: quasi cascando dalle nuvole, ad esempio, quando nella riforma dell’assistenza si parla di bisognosi “autentici” con un termine il cui significato è chiarissimo già partendo da una scorsa al Libro Verde a suo tempo liquidato con sufficienza[8].

Solo così ritengo che possa apprezzarsi la singolare coerenza delle affermazioni della Ministro Fornero che ogni volta, partendo da uno spunto, è come se declinasse con pazienza la nuova filosofia, attenta più di altri alla reale situazione dei giovani che non solo non hanno un vero diritto ma non hanno neanche un lavoro da conquistare e una pretesa concreta di meccanismi chiari di disciplina della concorrenza fra loro. E in questo sono spesso fuorviati da chi viene da lontano, da epoche in cui si teorizzava il diritto a un lavoro corrispondente alle aspirazioni, anche non supportate da una salda professionalità e capacità di promuoversi lungo un percorso comunque faticoso che resta il solo di cui possiamo oggi disporre [9].

In questi termini penso che si possa tentare una prima conclusione sullo Spot che, ferme restando le perplessità mediatiche, esprime un messaggio che si salda con l’affermazione sul lavoro da conquistare per fornire ai giovani strumenti per districarsi nel coacervo di messaggi e stimoli che provengono da più parti, rischiando di paralizzarne lo spirito di iniziativa e di intrapresa, indispensabile strumento di successo e, più modestamente, di sopravvivenza.

Sembra quasi che ai “giovani”, a questa categoria così eterogenea e spesso indecifrabile – ci sono anche quelli che come ha detto un altro Ministro restano attaccati alla gonna della mamma[10] – si voglia ricordare continuamente che devono faticare, che il lavoro è una conquista come pure la pensione e il potersi curare decentemente.

Devono faticare, e da soli con attorno: - il welfare familiare solo se possibile e conviene alla mobilità; - il welfare professionale, ovviamente solo dopo la conquista del posto che immette nella rete di solidarietà aziendale; il welfare contrattuale e dei corpi intermedi; fino – sullo sfondo – il “pubblico” mix di enti nazionali, regionali e locali.

Già queste considerazioni spiegano l’interesse del patronato, delle associazioni, dei corpi intermedi per “solitudini” che colgono gli interessati comunque impreparati a fare fronte da soli alla rete di incombenze, di regole, di opportunità che il nuovo corso propone e presuppone. Basti considerare come il nuovo corso dei servizi dell’INPS ha comportato in un anno la gestione da parte di autorevole Patronato di circa 600.000 pratiche non finanziate: quelle, cioè, diverse dalla trattazione pensionistica, con un chiaro segnale di disorientamento, e quindi bisogno di assistenza, da parte dei soggetti chiamati a confrontarsi con le nuove realtà del mercato del lavoro delle provvidenze che si vanno costruendo per prime prove di flexisecurity.

E’ un impegno gravoso per patronati e corpi intermedi non solo per la quantità di utenti e nuovi adempimenti, ma anche, soprattutto a regime, per il cambio culturale che s’impone e per una novità che al momento non è facile cogliere. Siamo abituati, infatti, a un mondo in cui un ente è molto bravo e fa cose egregie, altri un po’ meno, con disagi specifici per gli utenti e i cittadini.

Da questo momento in poi già con i nuovi meccanismi di semplificazione che vietano, fra l’altro, di chiedere documenti già in possesso dell’amministrazione pubblica in senso lato. Occorrerà che tutto cominci a funzionare un po’ bene all'unisono: che internet non si intasi, che i patronati abbiano assistenza per i nuovi compiti, che gli uffici e le strutture per l’impiego riescano a dare servizio in modo funzionale alla tempestività di ricerca e ricollocazione ecc.

Un meccanismo coordinato e funzionale da costruire rapidamente ma certo non di colpo. Per questo grande può essere il ruolo dei sindacati, delle associazioni, dei patronati nello stare accanto ai lavoratori e cittadini non solo per rivendicare, fare controversie e cause, ma anche per sostenere, dare supporto nell’agire quotidiano a tutela dei diritti, a soddisfazione dei bisogni.

Per guidarli in un nuovo modo di colloquiare con il “pubblico” per il quale non basta certo saper navigare su internet, scambiare messaggi essere esperti di programmi. Occorre, piuttosto, essere formati come utenti/operatori – per tanti o per uno fa poca differenza – capaci di arrivare fino ad un certo punto e di cogliere quando occorra rivolgersi a professionalità specializzate; non tanto perché più brave, o non solo, a “fare la pratica” quanto perché capaci di dare sicurezza e certezza sulle potenzialità dei servizi sui diritti, quelli veri, che essi prevedono.

E questo, ovviamente, apre tutto un altro fronte di riflessione sul ruolo all'origine degli intermediari dell’INPS e dell'INAIL nel dare certezze e servizi in un confronto alla pari che sembra ben avviato, non concluso, con la recente firma del Protocollo tecnico sulla gestione dei servizi telematici. (P.A.)

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Note

[1] Omissis

[2] Per comodità di lettura riporto da IlFattoquotidiano.it del 28.06.2012 uno schematico richiamo dei punti della riforma - La copertura assicurativa è estesa ad altri 32 milioni di persone e diventa accessibile al 94 per cento dei cittadini non anziani, grazie all'espansione del servizio Medicaid e ai benefici fiscali offerti a chi ha un reddito entro il 400 per cento della soglia di povertà. I giovani fino a 26 anni potranno restare sotto la mutua dei genitori. Per ogni cittadino c’è l’obbligo di acquistare una copertura sanitaria individuale. Chi non lo fa rischia una multa di 750 dollari o pari al 2 per cento dei redditi. Le aziende con 50 o più impiegati devono contribuire alla spesa per l’assicurazione, se è a carico dei dipendenti. Le assicurazioni non potranno più negare una polizza a chi abbia patologie croniche o revocarla arbitrariamente a chi si ammali. Viene ampliato il servizio per i cittadini indigenti fino a coprire chiunque guadagni meno del 133 per cento della soglia di povertà (29mila dollari l’anno per una famiglia di quattro persone).

[3] Sempre per semplificare il discorso riporto un brano pubblicato su FTAOnline, Milano, 23 Dic. 2011 dal titolo “Cosa ne pensano gli italiani a proposito di risparmio? Che comportamenti adottano? Sono formiche o cicale?”. Domanda alla quale rispondono con i dati di un Rapporto 2009 condotto dal Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi” e l’Ufficio Studi della Banca Nazionale del Lavoro oramai giunto alla ventisettesima edizione, sui comportamenti finanziari delle famiglie italiane. Che conferma come gli italiani siano dei risparmiatori e anno dopo anno hanno dimostrato un atteggiamento sempre più parsimonioso in vista del futuro. Risparmiare quindi diventa una sorta di polizza che preserva per gli anni che verranno. Sono state analizzate 800 famiglie e dallo studio si evince che sul lungo periodo la tendenza al risparmio è crescente: dal 1984 al 2008 i valori dei risparmi familiari sono saliti dal 6,2% al 68,9%. Poi nel 2008 si è verificato un picco negativo del 31% mentre l’attuale 2009 ha registrato un aumento portando al 47% la quota delle famiglie che hanno risparmiato a fronte di un 53% che non riesce a mettere da parte denaro (nel 2008 il valore era però del 68,9%).

[4] Un ritorno, poiché non tutti ricordano che il sistema retributivo fu introdotto, insieme alla pensione di anzianità, nel 1969, alla vigilia di quegli anni settanta – terribili - dai quali si è usciti fuori forse anche grazie a queste riforme che già dopo pochi anni mostravano tutta la loro insostenibilità a lungo termine con un affannarsi continuo in correzioni, tagli ecc. E questo dovrebbe indurre a fare le cose via via “giuste” senza necessariamente esprimere giudizi di valore, etici magari, su quelle fatte altrettanto giustamente da altri in un diverso contesto economico e sociale. Un grande storico ricordava che ogni epoca riscrive la storia non perché la precedente sia sbagliata ma perché non interessa a supporto dell’oggi.

[5] In questo nuovo ambito di riflessioni a tutto campo ci si rammenta, così, - grazie ad accenni “di passaggio” in qualche proposta o decreto che il sostegno alla persona bisognosa è innanzi tutto un’obbligazione a carico dei familiari più vicini, come ricordano periodicamente sentenze della Cassazione che fanno giustizia di tesi volte a limitare ad esempio l’obbligazione alla minore età o ad altri fattori esimenti.

[6] Il termine indica chiaramente l’attenzione dei proponenti per evitare che la flessibilità sia “selvaggia” ma rassomigli piuttosto a esempi europei di Paesi “virtuosi” come la Danimarca, modello che è preso a parametro un po’ da tutti nel discorso sulla flexisecurity per il quale nelle economie di queste brevi riflessioni si rinvia al Sito Web di Pietro Ichino da tempo voci dissonante da sinistra in favore del cambiamento.

[7] E’ bene ricordare come l’assicurazione sia lo strumento che consente all'interessato di trasformare un costo incerto futuro in un costo certo, ma in teoria sostenibile, mentre garantisce allo “Stato sociale” di poter intervenire solo in ipotesi limitate e sostenibili a fronte del primo impatto sostento, ad esempio per il terremoto, dal sistema assicurativo.

[8] Il pregio principale del Libro stava, a mio parere, nella possibilità di cogliere con immediatezza le criticità di un progetto di riforma assolutamente trasparente senza defatiganti analisi di articoli di legge, sparsi spesso in finanziarie e quant'altro, per capire quali siano le scelte politiche sottese al provvedimento stesso e, quindi, per impostare battaglie anche dure sui principi base piuttosto che su singoli aspetti. Nel merito, il documento puntava a ribaltare il percorso delle tutele con una scelta che privilegia chiaramente l'iniziativa del singolo nella costruzione del proprio presente e del proprio futuro, passando per un ruolo altrettanto essenziale per il circuito protettivo della famiglia. Per il ruolo delle forze ed entità intermedie per ricondurre l'intervento pubblico a un ruolo marginale, a una funzione di promozione e sostegno per situazioni di espressiva non autosufficienza: in questo senso si parlava di sussidiarietà e ci si proponeva di valorizzare il lavoro come fattore di dignità e di libertà dell'uomo, strumento caratteristico per la costruzione di quella "vita buona", leit motiv dell'intero Libro. Lo stesso Ministro nel presentare il progetto insisteva sul fatto che era dedicato ai giovani, per assicurare loro serenità di vita anche in un mondo di lavoro flessibile letto positivamente pur nella consapevolezza che questo lavoro, aggiungiamo noi, resterebbe comunque precario senza un welfare che accompagni il percorso della precarietà ridimensionandone i connotati negativi con una presenza forte del "pubblico": - a sostegno dei momenti difficili di passaggio da un lavoro all'altro; per promuovere la sicurezza e dignità del lavoro; per creare prospettive di tutela per situazioni di bisogno legate all'età o a specifiche condizioni di disagio sociale, quale fra l'altro quella derivante da condizioni di disabilità espressamente richiamate nel Libro Verde. Già in questi termini – quale prospettiva di welfare delle opportunità e non degli interventi paternalistici - era scenario diverso da quello consueto del quale pur si riconosceva già all'epoca la difficile sostenibilità per regole che, privilegiando logiche redistributive del reddito, toglievano di fatto reali spazi di manovra per un sostegno attivo del welfare alle politiche della occupazione, del benessere collettivo ed individuale. All'epoca il Libro fu oggetto di pesantissime critiche – ed è la conferma del suo ”pregio” sottolineato all'inizio – laddove, ad esempio, escluse fasce deboli si collegava la fruizione delle prestazioni sociali al possesso ed alla ricerca attiva di un lavoro: un obiettivo che di recente sembra avviarsi a concretizzazione con l’idea di collegare le banche dati dei percettori di redditi sociali con quelle del Sistema informativo del lavoro. Proseguendo nelle esemplificazioni, così, il Libro punta decisamente alla integrazione del servizio sanitario pubblico con un secondo pilastro complementare unica possibilità di sostenere il peso del sistema, da dedicare ovviamente anche in questo campo a chi lavora, che troverebbe un suo definitivo assestamento e riequilibrio con l’innalzamento dell’età pensionabile. E ciò, si legge sempre nel testo, poiché il nostro Welfare da una parte è finanziato da troppo pochi attivi e dall'altra non contribuisce ad aumentarne il numero privo come è di forza propulsiva e di sostegno del mercato del lavoro. Un Libro, insomma con moltissime ombre, all'epoca, oggetto di critiche molto forti – soprattutto per l’innalzamento dell’età pensionabile - su punti in seguito assunti a livello legislativo che aveva il merito, ripeto, di mettere le carte in tavola con chiarezza sottraendo le riforme del welfare al Ministro dell’Economia e Finanze e riconducendo il dibattito nella sua sede naturale per una rifondazione del modello sociale che “potrà consentire nel tempo soluzioni più avanzate se si sarà in grado di definire il complesso delle tutele e delle opportunità delle persone lungo l’intero arco di vita offrendo risposte unitarie e non settoriali o peggio segmentate in corrispondenza dei diversi bisogni nel momento in cui si manifestano”” Mi sembra fuor di dubbio l’eco nelle proposte e nell'impegno per la riforma dell'ISEE attualmente in corso.

[9] Anche in questo caso restano esemplari le parole di mia nonna che mi diceva “il lavoro è fatica, perché altrimenti non ti pagherebbero””.

[10] Mi riferisco a una frase del Ministro Cancellieri, persona equilibrata e degnissima amministratrice che è stata capace di trasfondere esperienze e professionalità del mestiere un tempo più suggestivo – il Prefetto – nella carica massimamente politica di Sindaco. Eppure, con quella frase non ha ritenuto di sottrarsi alla banalità delle analisi in verticale che leggono un fenomeno senza contestualizzarlo. E’ vero, i giovani restano e vogliono restare accanto o nella famiglia di provenienza, ma si dimentica di aggiungere che solo così è possibile sbarcare il lunario con 800/1000 euro al mese precari in una città diversa dove potrebbero bastare solo a pagare l’affitto e le spese fisse. E’ vero, vogliono restare accanto ai genitori, ma ci si dimentica di citare i rapporti dell’ISTAT che da ultimo dedica un intero capitolo al ruolo delle nonne nella sopravvivenza delle nuove famiglie, prive di redditi sufficienti e con i coniugi impegnati sul lavoro. Ci si dimentica, soprattutto, che uno dei mali maggiori del nostro sistema produttivo è la carente presenza femminile che pure oggi è salvaguardata nei suoi livelli minimi proprio dalle nonne che, fra l’altro, saranno rese disponibili sempre più tardi con l’innalzamento dell’età pensionabile. Già quest’accenno dovrebbe indurre a riflettere sempre per interi e non per verticali giudicando di volta in volta e verticale per verticale.