Pignorabilità della pensione “nel” conto corrente

Recenti sentenze di merito e iniziative di Equitalia hanno proposto all'attenzione dell’opinione pubblica il tema della pignorabilità degli stipendi e pensioni nell'ipotesi in cui detti emolumenti confluiscano in un conto corrente, perdendo così la loro originaria natura. L’attenzione e le polemiche sono state collegate alla riforma che ha previsto l’obbligo di versare dette somme su conto corrente o altro strumento, quale ulteriore elemento di valutazione negativa dell’esperienza del Governo Monti che ha solo ampliato, però, le dimensioni del problema comunque preesistente, soprattutto per gli stipendi, da tempo accreditati su conto corrente a prescindere dal loro ammontare.

La materia è stata ed è disciplinata nel rispetto di un principio consolidato nel senso che, data la funzione alimentare riconosciuta in tutto o parte a detti emolumenti, essi sono cedibili e pignorabili entro un certo limite, classicamente identificato nel “quinto” della somma.

Questa salvaguardia, peraltro, è stata messa in discussione da tempo – sempre più con il diffondersi dell’accredito di stipendi e pensioni – per il fatto che con l’accredito la somma perde la originaria qualificazione confondendosi nella “massa” di liquidità che costituisce il credito del correntista nei confronti della banca, come tale aggredibile da parte di un creditore terzo.

La questione, presente - come si è detto - da sempre con il diffondersi dell’accredito “spontaneo” volontario, è diventata di particolare attualità con l’introduzione dell’obbligatorietà di detto accredito prevista, con alcuni distinguo, dal Decreto 201/2011 (integrato dal successivo Decreto 16/2012). Si sono diffusi preoccupazione e allarme, quindi, fra i pensionati e i dipendenti in genere alimentata sui mass media anche sulla scia del clima di scetticismo circa l’operato del Governo Monti e di ostilità nei confronti di Equitalia.

Sul punto, peraltro, la giurisprudenza è stata nel complesso univoca e ferma nel ritenere che la confluenza nel conto corrente faccia perdere alla somma in questione l’identità originaria sicché il meccanismo del “quinto” (temperato, come vedremo, da leggi successive) opererebbe solo qualora il terzo creditore agisca nei confronti del soggetto debitore della pensione o stipendio.

Così di recente in sede di merito il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 28 maggio 2013 (commentata da D. Carbone in “Pensione e pignorabilità oltre in quinto se versata su un conto corrente bancario” su La Previdenza.it) ha ribadito la tesi assolutamente maggioritaria nel senso che “la natura previdenziale della somma viene meno con il suo versamento in un conto corrente bancario dando luogo a un nuovo e diverso rapporto”. Lo stesso Tribunale di Sulmona nella sua ordinanza del marzo 2013 (richiamata da F.R. Arciuli su www.magistraturademocratica.it) riprende l’indirizzo prevalente, fatto proprio dalla Corte di Cassazione, in tema di perdita della specificità delle somme riscosse in pensione con la loro confluenza nel restante patrimonio dell’interessato. A correzione di quest’assunto il Tribunale ritiene, però, che la natura privilegiata del rateo pensionistico permane anche se esso è accreditato su di un conto corrente o un libretto di deposito purché la natura del credito sia immediatamente riconoscibile per denominazione ed importo e purché non vi siano, all’attivo, voci diverse dall’accredito della pensione ovvero prelievi subito dopo il deposito della somma a titolo di pensione. È una soluzione di compromesso che non sembra trovare possibilità di sviluppo in giurisprudenza già poiché ne derivano alla prova dei fatti squilibri e palesi ingiustizie. Il Tribunale, in ogni caso, non sembra addurre motivazioni tali da modificare un consolidato orientamento giurisprudenziale che ha trovato compiuta declinazione nella Sentenza della Corte di Cassazione n. 17178 del 9 ottobre 2012 riguardante crediti da lavoro; situazione rispetto alla quale solo nel caso di pignoramento presso il datore di lavoro valgono le garanzie previste, appunto, per i crediti da lavoro che vengono meno qualora le somme corrispondenti alla retribuzione siano confluite in un conto corrente bancario. Questi i termini della questione sul versante della giurisprudenza, mentre sul piano delle prassi amministrative una correzione di tiro è venuta proprio dall’ente sul quale si erano appuntate le critiche più vivaci, Equitalia, il cui Direttore generale, nel sottolineare egli per primo la perversità di un meccanismo scaturito comunque da una iniziativa positiva quale l’obbligo di apertura di un conto corrente per le pensioni, ha deciso che d’ora in avanti Equitalia eviterà di pignorare somme sui conti correnti dei pensionati, a prescindere ed in attesa di una soluzione legislativa del problema. Si tratta, insomma, di uno stop immediato ai pignoramenti sui conti correnti dei lavoratori dipendenti o dei pensionati con un reddito mensile fino a 5 mila euro nel senso che, alla presenza di un credito esigibile, prima di bloccare i conti bancari, gli agenti della riscossione dovranno procedere ai pignoramenti presso i datori di lavoro o i relativi enti previdenziali. Il blocco riguarderà solo il prelievo sui conti correnti, e sotto il limite dei 5000 euro mensili di reddito per lavoro o pensione, mentre restano invariate le procedure di pignoramento presso i datori di lavoro o gli enti previdenziali.

Questo, in sintesi, lo stato dell’arte riguardante il problema della pignorabilità – per dirla correttamente – dei conti correnti per le parti in cui coincidano con il versamento di stipendi o pensioni; tema comunque da affrontare con equilibrata attenzione agli interessi e aspettative di tutte le parti in causa, con riferimento al consolidato del conto, rispetto al quale scarse appaiono le possibilità di definirne la fonte, salvo il caso di conto dedicato esclusivamente a detti introiti, mentre diversa può essere la soluzione per quanto riguarda i ratei futuri di retribuzione o pensione. Come vedremo, poi, infatti, la stessa Corte Costituzionale ha richiamato l’attenzione sulla necessità di tenere conto delle legittime aspettative dei creditori da valutare con opportuno bilanciamento degli interessi in gioco.

In ogni caso il tema corre parallelo a quello, più generale, riguardante la pignorabilità di detti emolumenti nelle ipotesi, ordinarie (e vincolate come abbiamo visto, nel caso di Equitalia) in cui il creditore vada alla fonte dell’emolumento con meccanismi d’intervento che trovano una disciplina specifica nel codice e in leggi speciali oltre che nella ricostruzione operata per i vari istituti dalla giurisprudenza.

Conviene, quindi, partire dal Codice di procedura civile, l’art. 545 che recita Non possono essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per cause di alimenti, e sempre con l'autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato e per la parte dal medesimo determinata mediante decreto. Non possono essere pignorati crediti aventi per soggetti sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell'elenco dei poveri, oppure sussidi dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, da enti di assistenza o da istituti di beneficenza. Le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato. Tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito. Il pignoramento per il simultaneo concorso delle cause indicate precedentemente non può estendersi oltre alla metà dell'ammontare delle somme predette. Restano in ogni caso ferme le altre limitazioni contenute in speciali disposizioni di legge [c.c. 1881, 1923, 2751, n. 7; c.p.c. 514]. Attorno a questa norma base è costruito un complesso sistema che conviene ricostruire con riferimento a ciascun istituto, a cominciare dalle pensioni.


PENSIONI E ALTRE PRESTAZIONI INPS

Per le pensioni il Decreto 1827 del 1935 stabiliva che: “Le pensioni, gli assegni e le indennità, spettanti in forza del presente decreto, non sono cedibili, né sequestrabili, né pignorabili, eccezione fatta per le pensioni, che possono essere pignorate soltanto nell'interesse di stabilimenti pubblici ospitalieri o di ricoveri per il pagamento delle diarie relative, e non oltre il loro importo”. Una previsione chiaramente ispirata al favor pro misero nel prevedere come sola eccezione la necessità di erogare il dovuto corrispettivo a soggetti che si facessero carico dell’assistenza e ricovero del pensionato. A distanza di oltre trenta anni l’articolo 69 della Legge 153/1969 ha arricchito l’area delle eccezioni prevedendo che ”le pensioni, gli assegni e le indennità possono essere ceduti, sequestrati e pignorati nei limiti di un quinto del loro ammontare, per debiti verso l’INPS derivanti da indebite prestazioni percepite a carico di forme di previdenza gestite dall'Istituto stesso, oppure da omissioni contributive”. Ferma restando per le pensioni ordinarie liquidate a carico dell’AGO, la salvaguardia comunque fatto di una somma pari al trattamento minimo. Il sistema, in ogni caso, rimaneva consolidato nella preminenza dell’interesse del pensionato, contemperato con quello d’istituti di ricovero, da un lato, l’INPS dall'altro quale creditore di prestazioni erogate indebitamente. Nei tribunali, peraltro, il tema era oggetto di continuo approfondimento e perplessità, fino a sollecitare interventi della stessa Corte Costituzionale in relazione a distinti profili di illegittimità. Con una prima sentenza (la n.1041/1988) la Corte è intervenuta sul sistema dell’AGO dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni sopraindicate nella parte in cui escludevano la pignorabilità per crediti alimentari delle pensioni corrisposte dall'INPS. Detta impignorabilità anche per causa di alimenti, creava disparità di trattamento rispetto alle pensioni dei dipendenti pubblici, per le quali la pignorabilità per alimenti dovuti per legge era possibile fino alla concorrenza di un terzo. Recuperando, cioè, l’attenzione del codice di procedura civile per i crediti alimentari e l’esigenza di una adeguata tutela di essi, la Corte ritenne che non vi fosse ragione di concedere ai titolari di pensioni INPS un trattamento privilegiato nei confronti di coloro che fruivano di pensioni dello Stato o di altri enti pubblici e soprattutto, aggiungiamo noi, di danneggiare i titolari di assegni alimentari. Si tratta di un passaggio importante ai fini di un riequilibrio di attenzione per i diversi e contrapposti interessi in gioco, nel senso che la particolare natura e funzione delle pensioni AGO e la configurazione dei loro titolari come soggetti deboli non può far dimenticare che talaltra parte (coloro che intendono pignorare) ci sono situazione anch'esse meritevoli di tutela con un opportuno bilanciamento.

Proseguendo nella rilettura del sistema, la Corte Costituzionale è intervenuta con due Sentenze le quali hanno ulteriormente esteso le possibilità di pignoramento delle prestazioni pensionistiche INPS. Si tratta della sentenza n. 468/2002 e della sentenza n. 506/2002 i cui contenuti sono illustrati nella Circolare INPS 43/2003 (www.altalex.com, con una nota) che sintetizza le due pronunce con chiarimenti sulla loro portata nel senso che con la prima sentenza la Corte Costituzionale ha stabilito che le pensioni, le indennità che ne tengano luogo ed assegni sono pignorabili fino alla concorrenza di un quinto, valutato al netto di ritenute, per tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, facenti carico, fino dalla loro origine, al pensionato.

Rispetto alla conclusione della prima delle due sentenze la n. 506/2002 va oltre sul piano sistematico, poiché con essa la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 128 prima richiamato nella parte in cui esclude la pignorabilità per ogni credito dell’intero ammontare di pensioni, assegni e indennità erogati dall’INPS, anziché prevedere l’impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte della pensione, assegno o indennità necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto della residua parte. La Sentenza 506 afferma, così, l’esigenza di fissare, nel rispetto dei principi costituzionali, una percentuale d’impignorabilità generale, ma al tempo stesso dà atto della relatività delle esigenze di vita non quantificazione concreta della percentuale sicché spetta al legislatore provvedere. A quest’ultimo proposito, cioè, la Corte sostiene che “Non rientra nel potere di questa Corte, ma in quello discrezionale del legislatore, individuare in concreto l’ammontare della (parte di) pensione idoneo ad assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita del pensionato, come tale legittimamente assoggettabile al regime di assoluta impignorabilità”. È interessante, a questo proposito il fatto che nel dettaglio la sentenza (il testo su www.giurcost.org) apre le sue considerazioni con una premessa generale volta a circoscrivere la portata della “normalità” della impignorabilità delle pensioni nel senso che ”La copiosa giurisprudenza di questa Corte, si è articolata in una serie di pronunce che – quanto al regime della pignorabilità e sequestrabilità, e sovente attraverso la rimeditazione di precedenti decisioni – hanno equiparato, da un lato, le pensioni erogate dall’INPS a quelle erogate agli ex pubblici dipendenti e, dall’altro lato, le retribuzioni dei pubblici dipendenti a quelle dei lavoratori del settore privato; sicché il principio della "normale" impignorabilità delle pensioni è risultato più presupposto che affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, tutta volta ad equiparare il trattamento del settore privato a quello pubblico”. Con questa premessa la Corte ripercorre il complesso dei suoi interventi in materia riconoscendo un andamento ondivago con progressivo abbandono della rigidità del criterio della non pignorabilità e con la ricerca di una pietra angolare per valutare la eventuale disparità di trattamento in materia retributiva e di pensioni, individuata rispettivamente nella disciplina del settore privato e, per le pensioni, nella disciplina del settore pubblico. È una carrellata interessante per cogliere le evoluzioni della giurisprudenza costituzionale caratterizzata, per il tema in questione dal tentativo di ridurre il problema alla ricerca – e superamento – di eventuali disparità di trattamento fra i vari comparti giuslavoristici e pensionistici. Con la sentenza del 2002 la Consulta cerca di superare l’impostazione “comparativa” affermando che «L’art. 38, secondo comma, è certamente norma che si ispira a criteri di solidarietà sociale e "di pubblico interesse a che venga garantita la corresponsione di un minimum", il cui ammontare è ovviamente riservato all’apprezzamento del legislatore come sostenuto nella sentenza n. 22/1969). È ben vero che il pubblico interesse può, ed anzi deve, comportare – oltre che un dovere dello Stato (da bilanciarsi, in primis, con le esigenze della finanza pubblica: ordinanza n. 342 del 2002) – anche una compressione del diritto di terzi di soddisfare le proprie ragioni creditorie sul bene-pensione, ma tale compressione non può essere totale ed indiscriminata, bensì deve rispondere a criteri di ragionevolezza che valgano, da un lato, ad assicurare in ogni caso (e, quindi, anche con sacrificio delle ragioni di terzi) al pensionato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita e, dall’altro lato, a non imporre ai terzi, oltre il ragionevole limite appena indicato, un sacrificio dei loro crediti, negando alla intera pensione la qualità di bene sul quale possano soddisfarsi.» Ne consegue, prosegue la Corte, che «Il presidio costituzionale (art. 38) del diritto dei pensionati non è tale da comportare, quale suo ineludibile corollario, l’impignorabilità, in linea di principio, della pensione, ma soltanto l’impignorabilità assoluta di quella parte di essa che vale, appunto, ad assicurare al pensionato quei "mezzi adeguati alle esigenze di vita"; ispirandosi, pertanto, ad un criterio che, da un lato, sancisce un dovere dello Stato e, dall’altro, legittimamente impone un sacrificio (ma nei limiti funzionali allo scopo) a tutti i consociati (e segnatamente ai creditori». Del resto questa impostazione trova riscontro nella giurisprudenza ordinaria – e anche di legittimità (Cass. 11 giugno 1999, n. 5761) – che ritiene rilevabile d’ufficio, l’impignorabilità di pensioni di modesto importo (quale, nella specie, di invalidità).” Oltre la Corte non va, come si è detto, nell’individuare la soglia minima non rinvenendo nella produzione legislativa al riguardo una soluzione che possa essere assunta a criterio generale, superando la contingenza del riferimento a valori specifici quali il rilievo dell’adempimento tributario. La ricerca di questa soluzione, del resto, appare delicata e complessa poiché, una volta abbandonato l’iniziale meccanismo comparativo rispetto a un parametro convenzionale, è difficile, a nostro avviso, trovare un riferimento sicuro, salvo non imboccare la via maestra di un aggancio tipo ISEE che, almeno, garantirebbe l’equità di una soluzione omogenea rispetto a tutti i fronti di rilevanza sociale delle situazioni di bisogno.

Nell'attesa, con i richiamati interventi il meccanismo è fissato, per le pensioni in generale, secondo il criterio della pignorabilità di un quinto, analogamente a quanto è previsto per gli stipendi, sempre con riferimento ai pignoramenti alla “fonte” e non a quelli riguardanti il pignoramento sul conto corrente. Fa eccezione alla regola, comunque da contemperare con i principi prima richiamati sul rilievo costituzionale della questione, il meccanismo previsto qualora creditore sia lo Stato (e, per esso, Equitalia S.p.A.), con un limite così articolato: - un decimo, per retribuzioni/pensioni di importi da 0 a 2.500 euro; - un settimo, per retribuzioni/pensioni di importi da 2.500 euro a 5.000 euro; - un quinto, per retribuzioni/pensioni di importi da 5.000 euro in su. Senza entrare nel merito di tale scelta, che danneggia comunque in modo “casuale” i creditori, è evidente che si è ancora lontani dalla soluzione, per noi ottimale, del riferimento a parametri che considerino l’effettiva condizione economica dell’interessato. C’è solo da aggiungere, piuttosto, sul piano generale che si trascura la circostanza che la pignorabilità è sempre accomunata alla cedibilità. Sembra, cioè, che l’interesse pubblico a che i lavoratori abbiano mezzi adeguati di vita operi sia nei confronti dei creditori, sia come limitazione del diritto del lavoratore a disporre della propria retribuzione (o pensione) oltre certi limiti, identificati appunto con quelli della pignorabilità.


IN PARTICOLARE: LA PIGNORABILITÀ DELLA RENDITA INFORTUNI.

Il tema assume connotati particolari con riferimento all'assicurazione infortuni sul lavoro considerata la specificità della funzione della stessa rispetto al carattere alimentare delle altre prestazioni previdenziali. Da sempre detta provvidenza, pur accomunata con le altre dall’articolo 38, 2° della Costituzione, si caratterizza per il forte connotato indennitario che l’ha tenuta distinta, nel tempo, dal mondo della previdenza tanto che negli anni varie leggi hanno sempre fatto riferimento all’endiadi “previdenziali e assicurativi” per poter estendere disposizioni riguardanti la previdenza alla contribuzione, ad esempio, dell’assicurazione infortuni, alla retribuzione imponibile ecc. Questo connotato, peraltro, non supererebbe la compresenza di una “vocazione alimentare” che accomuna rendite e pensioni previdenziali tanto che, a fronte del trattamento previsto in generale dal citato articolo del C.P.C., il Testo Unico n.1124 del 1965 disponeva all'articolo 110 che ”Il credito delle indennità fissate dal presente decreto non può essere ceduto per alcun titolo ne può essere pignorato o sequestrato, tranne che per spese di giudizio alle quali l'assicurato o gli aventi diritto, con sentenza passata in giudicato, siano stati condannati in seguito a controversia dipendente dall'esecuzione del presente decreto.” Era un’indicazione tranciante che segnava la specificità del sistema dell’assicurazione infortuni, a fronte della quale, peraltro, la Corte Costituzionale, con ripetute pronunce è intervenuta per riequilibrare il rapporto fra interessi del lavoratore e interessi, altrettanto legittimi, dei creditori””. Da ciò l’impegno della Corte Costituzionale con un susseguirsi di sentenze e ordinanze volto a riequilibrare gli interessi in gioco, e a rimodellare la disciplina specifica rispetto a quella civilistica. In dettaglio la Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 110 nella parte in cui non prevedeva la pignorabilità delle rendite erogate dall’INAIL per crediti alimentari dovuti per legge dal titolare delle rendite, nei limiti stabiliti dall’art.2 del D.P.R. 180/1950 (e, quindi, per un terzo). In contrapposto ha dichiarato l’illegittimità dello stesso articolo nella parte in cui con il riferimento generico a spese di giustizia non prevede, come pure dovrebbe nei termini richiamati nel paragrafo precedente, alcun limite quantitativo a detto recupero di spese di giustizia. Con queste correzioni di tiro il sistema per le prestazioni INAIL appare pressoché corrispondente a quello della generalità delle prestazioni previdenziali, in linea con la tendenza che ha caratterizzato tutta la legislazione della seconda metà dello scorso secolo volta a uniformare la disciplina di svariati istituti giuridici a partire, come si è detto, dalla nozione di retribuzione a fini previdenziali, dal trattamento dei crediti contributivi, dall'inquadramento delle aziende nei vari settori produttivi ecc. Nel caso dell’assicurazione infortuni il risultato è più “sofferto” poiché l’omologazione frutto del riconoscimento nella prestazione infortunistica di una componente alimentare può collidere sul terreno sistematico con l’idea di un’assicurazione qualificata (e tassata) come indennitaria. La rendita, del resto, prescinde nella sua determinazione dal diretto riferimento a un connotato alimentare; si rapporta, invece all’entità del “danno” subito; sicché verrebbe da concludere che in questo caso si tratterebbe di una “alimentare frazionato”. Sul tema si v. la sintesi di S. Toriello in www.laprevidenza.it.


UNA RIFLESSIONE CONCLUSIVA: PIGNORAMENTO SUL CONTO CORRENTE E MODALITÀ DI PAGAMENTO DELLE PRESTAZIONI.

Il quadro sommariamente richiamato merita due riflessioni conclusive. La prima riguarda il rischio immanente di ragionare sempre per verticali, a tenuta stagna: una volta si parla della condizione del pensionato povero o medio, del lavoratore costretto a indebitarsi ecc.; da un’altra parte, si parla dei soggetti che vantano crediti alimentari nei loro confronti ecc. Per il pignoramento, l’opera della giurisprudenza è stata diretta a recuperare un punto di riequilibrio, in una lettura in orizzontale dei sistemi, fra i vari interessi in gioco tutti da considerare anche qualora si decida di favorirne uno. La scelta deve essere compiuta, peraltro, con piena consapevolezza del fatto che il privilegio finisce per trasferire funzioni sociali e obblighi della collettività su singoli che, casualmente, vengano in contatto con persone in condizioni di bisogno. È, per tutte, la vicenda antica dei “fitti bloccati”. L’altra riflessione riguarda un punto che forse non è a tutti noto e cioè che da oltre un decennio le rendite INAIL sono pagate dall’INPS, insieme con la pensione eventualmente spettante all'interessato. I due cespiti sono ben distinti nella origine e nelle specifiche del pagamento che, però, scolorano nel momento in cui la somma degli emolumenti è riversata sul conto corrente alimentando i meccanismi di salvaguardia e non di cui abbiamo parlato. Per i debiti fiscali è situazione affatto eccezionale e comunque resta l’impegno di Equitalia di agire sugli emolumenti stessi alla fonte. In quest’ultima sede, comunque, si ripropone il problema generale al quale abbiamo prima accennato per quanto riguarda i parametri per definire la condizione di bisogno da considerare per la pignorabilità o meno; un’ulteriore sollecitazione per la ricerca di una soluzione che superi la frammentazione di riferimenti attuale e riconduca il tutto a meccanismi che, come nel caso dell’ISEE, considerino l’intero della situazione personale degli interessati. (P. Acconcia)